14 Marzo 2026

Tempo di lettura: 3min

Giustizia, i perchè del NO arcobaleno al referendum

Gaynet

 

“Cosa c’entra essere gay con il referendum sulla giustizia?

È una domanda che circola molto in questi giorni. E merita una risposta chiara: c’entra eccome.

Negli ultimi anni, in Italia, quando si è trattato di diritti LGBTQ+, spesso la politica è rimasta ferma. In quei vuoti normativi, è stata la magistratura — e in particolare la Corte costituzionale — a intervenire per garantire un minimo di tutela.

Questa motivazionie, unita a dichiarazioni improbabili come quel del ministro Nordio e della Capo di Gabinetto Bartolozzi (togliamoci di mezzo la magistratura), ha spinto Gaynet a schierarsi per il “NO”.

Quando i diritti passano dai tribunali

Pensiamo a casi concreti.

Le famiglie omogenitoriali che rientrano in Italia con un figlio nato all’estero si trovano spesso in un limbo giuridico. È da anni che la Corte costituzionale segnala al Parlamento la necessità di intervenire, evidenziando un vuoto normativo.

Oppure le aggressioni omofobiche: in un Paese dove il razzismo è punito esplicitamente, ma l’omofobia non ha una tutela equivalente, sono spesso i magistrati a cercare di applicare le norme esistenti in modo estensivo.

Questo accade perché i giudici:

  • applicano la Costituzione

  • interpretano le leggi

  • cercano di garantire diritti anche quando il legislatore non interviene

Ma non fanno le leggi. Possono solo colmare, in parte, le lacune.

Referendum Giustizia NO: cosa cambia davvero

Chi sostiene la riforma parla di “separazione delle carriere” tra giudici e pubblici ministeri.

Ma è importante chiarire:

  • già oggi le funzioni sono separate

  • il passaggio tra ruoli è fortemente limitato

  • non esiste una commistione operativa nel singolo processo

Si parla anche di “vicinanza” tra giudici e PM. Eppure i dati mostrano percentuali di assoluzione tra il 30% e il 50% nei processi, segno che non esiste un automatismo tra accusa e giudizio.

Il punto, quindi, non è quello che viene raccontato.

Il problema: separazione senza contrappesi

In molti Paesi europei le carriere sono separate. Ma lì esistono contrappesi forti:

  • priorità dell’azione penale definite e pubbliche

  • responsabilità politica indiretta

  • sistemi di controllo e indirizzo

La riforma proposta in Italia non introduce questi elementi.

Questo significa che si rischia di avere:

  • un pubblico ministero ancora molto indipendente

  • ma più “separato” e quindi più parte

  • senza nuovi meccanismi di controllo o trasparenza

Più spazio alla politica nella magistratura

Un altro aspetto critico riguarda gli organi di governo della magistratura.

Secondo l’impostazione proposta:

  • i membri togati verrebbero selezionati tramite sorteggio

  • i membri “laici” verrebbero scelti da liste definite dalla maggioranza politica

Questo introduce un elemento nuovo:
una maggiore influenza della politica nella governance della magistratura.

Non è un caso che il Ministro Carlo Nordio abbia dichiarato che questa riforma sarà utile anche a chi governerà in futuro.

Il paradosso dell’alta corte disciplinare

La riforma presenta anche una contraddizione evidente.

Da un lato si propone di separare le carriere.
Dall’altro si crea una nuova corte disciplinare unica per giudici e pubblici ministeri.

In questo organo:

  • una parte dei membri è espressione della maggioranza parlamentare

  • gli altri sono selezionati per sorteggio

E il presidente non è più il Presidente della Repubblica, ma può essere scelto tra i membri di nomina politica.

Il risultato è un sistema in cui:

  • si separano le funzioni

  • ma si riunisce il controllo disciplinare

  • con un maggiore peso della politica

Cosa cambia per i cittadini?

Qui la risposta è sorprendentemente semplice: poco o nulla.

La stessa maggioranza che sostiene la riforma ha chiarito che:

  • non migliorerà i tempi della giustizia

  • non renderà il sistema più efficiente

Quindi non si tratta di una riforma orientata al funzionamento del sistema.

Perché votare NO al Referendum Giustizia

Il punto centrale è questo:

quando i diritti non passano dalla politica, passano dalla giustizia.

È successo negli ultimi anni per molte questioni che riguardano le persone LGBTQ+.
E continuerà a succedere finché il legislatore non interverrà.

Indebolire l’indipendenza della magistratura — anche solo modificando gli equilibri senza introdurre adeguati contrappesi — significa ridurre uno degli strumenti che hanno permesso di ottenere tutela.

Per questo, il tema riguarda direttamente anche chi si batte per i diritti.

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