16 Giugno 2026

Tempo di lettura: 3min

Omicidio Guerrino: quando il giornalismo cede alla morbosità e al doppio standard

Alessandro Paesano

 

Il 13 giugno 2026, Roberto Pietro Guerrino, stimato interprete internazionale di 60 anni, è stato ucciso nella sua abitazione a Milano. Davanti a una tragedia umana e a un caso giudiziario ancora aperto, parte della cronaca nera italiana ha offerto uno spettacolo deplorevole, trasformando un dramma in un esercizio di voyeurismo mediatico, uno di quei casi che spesso citiamo nei nostri corsi di formazione giornalistica  e nello Stylebook di Gaynet. 

La morbosità dei dettagli e la gogna postuma

Molte testate giornalistiche hanno scelto di concentrare l’attenzione non sugli elementi rilevanti per comprendere il fatto, ma su un dettaglio intimo della vittima: la tipologia di biancheria che indossava al momento del ritrovamento.

Siamo di fronte a una spettacolarizzazione ingiustificata che espone la sfera più privata di una persona che, da deceduta, non ha alcuna possibilità di replica né ha mai espresso in vita il consenso a rendere pubblici aspetti della propria intimità. Dare in pasto al pubblico la biancheria intima di un uomo assassinato non risponde ad alcun criterio di rilevanza sociale o di interesse pubblico; risponde unicamente alle logiche del clickbaiting e della ricerca dell’audience.

 

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Il doppio standard dell’eteronormatività

Per comprendere la gravità di questa narrazione è sufficiente porsi una domanda: se la vittima fosse stata un uomo eterosessuale, ucciso dopo un incontro privato con una donna, i media avrebbero descritto con lo stesso zelo gli indumenti che indossava?

La risposta appare evidente. Se la vittima avesse risposto ai canoni della “normalità” eterocentrata, quei dettagli sarebbero stati considerati irrilevanti o, più correttamente, lesivi della sua dignità. Invece, poiché l’omicidio è maturato nel contesto di un incontro tra due uomini, la sessualità della vittima — reale o presunta — è diventata essa stessa parte della notizia.

Si attiva così un meccanismo narrativo ben noto: la persona LGBTQIA+ non viene raccontata semplicemente come vittima di un reato, ma attraverso una lente che enfatizza, problematizza o rende “esotica” la sua dimensione privata. È un doppio standard che continua a produrre una disparità di trattamento e di rispetto.

Cosa dice la deontologia professionale

Questo modo di fare cronaca non è soltanto discutibile sul piano etico. Solleva anche interrogativi rispetto ai principi contenuti nel Testo Unico dei Doveri del Giornalista.

Il principio di essenzialità dell’informazione. Le norme deontologiche impongono di pubblicare soltanto i dettagli necessari alla comprensione dei fatti. Il tipo di intimo indossato da Guerrino non aggiunge nulla alla comprensione della dinamica dell’omicidio, almeno allo stato attuale delle indagini.

La tutela della riservatezza e della dignità. Il giornalista è chiamato a rispettare la dignità delle persone e la loro sfera privata, evitando esposizioni gratuite che non siano giustificate da un effettivo interesse pubblico.

Trattare il corpo e la vita privata di una vittima come materiale da intrattenimento significa rinunciare alla funzione sociale dell’informazione e trasformare la cronaca in spettacolo.

Una riflessione necessaria

Questo caso dimostra quanto sia ancora necessario monitorare e denunciare le derive della narrazione mediatica, segnalando quando opportuno comportamenti che rischiano di compromettere la qualità dell’informazione e il rispetto della dignità delle persone.

La cronaca nera dovrebbe aiutare il pubblico a comprendere i fatti. Quando invece indulge nella morbosità e nella spettacolarizzazione dell’intimità delle vittime, smette di informare e inizia a sfruttare il dolore.

 

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