19 Agosto 2026
Tempo di lettura: 4min
L’aggressione ad Angelo Ratti a Olbia e la routine a cui stiamo abituando
Rosario Coco
Quello che è successo ad Angelo Ratti a Olbia si aggiunge a un elenco sempre più allarmante ed è l’emblema di una nuova combinazione di violenza, ignoranza e vigliaccheria, a lungo nutrita dalle scelte politiche degli ultimi quattro anni di Governo.
Secondo quanto denunciato da Ratti, nella notte tra il 13 e il 14 agosto è stato accerchiato e aggredito da un gruppo numeroso di persone, circa 30, tra insulti omofobi, calci, pugni e sassate. Anche alcune persone intervenute in suo aiuto sarebbero state colpite.
Un episodio particolarmente grave, ma purtroppo tutt’altro che isolato. Gaynet esprime la massima solidarietà a Ratti e al collettivo di musica queer “Il Biscotto della fortuna”, con cui stava organizzando una serie di eventi in Sardegna.
Nel 2026 già almeno 110 persone coinvolte
Nel 2025 si sono verificati 113 episodi di omolesbobitransfobia, con 171 persone coinvolte, secondo i dati aggiornati di Omofobia.org diffusi da Gaynet.
Quasi una persona ogni due giorni.
Nel 2026 il trend si conferma: già ad agosto abbiamo individuato circa 75 episodi, con almeno 110 persone coinvolte.
Le aggressioni fisiche, spesso particolarmente violente, restano inoltre su livelli molto elevati: circa 4-5 al mese.
Il caso di Olbia, quindi, non è un’eccezione. È piuttosto uno degli episodi più gravi di un fenomeno che continua a manifestarsi con impressionante regolarità.
I dati pubblici sono soltanto la punta dell’iceberg
Anche questi numeri vanno letti con cautela, perché descrivono soltanto gli episodi emersi pubblicamente.
Secondo l’ultima indagine della European Union Agency for Fundamental Rights (FRA), in Italia appena l’8% delle persone LGBTIQ che hanno subito un’aggressione fisica o sessuale si è rivolto alla polizia per denunciarla. (fra.europa.eu)
Il dato è quindi necessariamente parziale e non comprende i casi mai denunciati, mai segnalati alle associazioni o mai arrivati sulla stampa.
Quello che vediamo è, con ogni probabilità, solo la punta dell’iceberg.

Quattro anni di scelte politiche
Nel frattempo il Governo ha progressivamente smesso di parlare pubblicamente dell’omolesbobitransfobia, sia in occasione degli episodi più gravi sia in occasione del 17 maggio, Giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia.
Allo stesso tempo ha:
- approvato una legge che colpisce la genitorialità delle persone LGBTQIA+ attraverso l’estensione della perseguibilità della gestazione per altri realizzata all’estero (ddl Varchi);
- promosso norme che ostacolano ulteriormente l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole (ddl Valditara);
- promosso un disegno di legge che, secondo associazioni ed esperti, rischia di mettere seriamente a rischio la salute delle persone trans e con varianza di genere, soprattutto minorenni (ddl Schillaci – Roccella).
L’elenco non è esaustivo.
A questo si aggiunge il sostegno costante e convinto di Giorgia Meloni alle destre nazionaliste e conservatrici europee e internazionali, comprese forze politiche che hanno fatto della limitazione dei diritti LGBTQIA+ un elemento centrale della propria agenda.
Tra gli esempi più evidenti c’è il sostegno politico offerto a Viktor Orbán e alla sua campagna elettorale.
Quando l’odio diventa normale
Le scelte politiche non producono automaticamente un’aggressione. Sarebbe semplicistico sostenere un rapporto causale diretto tra una legge, una dichiarazione politica e un singolo pestaggio.
Ma la politica contribuisce a determinare il clima culturale nel quale quei comportamenti diventano più o meno accettabili.
Quando per anni una minoranza viene descritta come un problema, quando le sue famiglie vengono rappresentate come una minaccia, quando l’educazione alle differenze viene trattata come qualcosa da impedire e quando davanti agli episodi di violenza le istituzioni scelgono il silenzio, il confine di ciò che può essere detto e fatto inevitabilmente si sposta.
È dentro questo contesto che va letto anche ciò che è successo ad Angelo Ratti.
Fino ad arrivare al generale di turno che inserisce il patriarcato tra i punti del proprio programma politico.
Non agire di fronte alla cultura dell’odio significa alimentarla.

I diritti sono una delle priorità
A chi si proporrà per governare il Paese va ricordato che femminicidio, omolesbobitransfobia ed educazione sessuo-affettiva sono emergenze reali.
Questo hanno fatto le associazioni LGBTQIA+ lo scorso 17 maggio a Roma, incontrando le forze politiche progressiste. E questo continueranno a fare con ogni forza politica che si definisca democratica. La solita bufala secondo cui esisterebbero sempre “altre priorità” si scioglie ormai come neve al sole.
La Strada dei Diritti, dal nome del manifesto delle rivendicazioni LGBTQIA+, parla di uguaglianza e liberazione dal pregiudizio per ogni persona.
Non è necessario scegliere tra diritti sociali e diritti civili, tra contrasto alla violenza di genere, lotta all’omolesbobitransfobia, scuola, salute e lavoro.
Il Parlamento ha 24 commissioni permanenti e sul tavolo esistono già proposte concrete.
Il tema sarà solamente la volontà politica.





