10 Aprile 2026

Tempo di lettura: 6min

Donne trans e sport, il caso Davidson e il CIO

Andrea Giuliano

Golf oltre sport, scienza e politica. il caso Hailey Davidson


Le cronache recenti ci riportano un altro caso che riguarda le donne trans nello sport, con il pensiero rivolto alla nuova policy del CIO. La golfista professionista scozzese-americana Hailey Davidson ha intentato una causa contro la LPGA (Ladies Professional Golf Association) e la USGA (United States Golf Association) dopo essere stata esclusa dalle competizioni in seguito a una modifica del regolamento del 2024 che, di fatto, esclude le donne trans dal golf d’élite.

Come riportato da Them, Davidson — che ha iniziato la sua transizione dopo la pubertà e ha affrontato un intervento chirurgico di affermazione di genere nel 2021 — sta citando in giudizio le organizzazioni per discriminazione.

La nuova policy entrata in vigore alla fine del 2024 richiede che le atlete siano nate femmine o che abbiano completato la transizione prima della pubertà. 

Cos’è successo

Questo cambiamento l’ha esclusa dalle competizioni e le ha sottratto un’opportunità di qualificazione che aveva conquistato con fatica. Secondo il team legale che rappresenta Davidson, “Entrambe le organizzazioni hanno esercitato un incredibile livello di controllo sulla possibilità di Hailey di giocare allo sport che amava e sulle sue informazioni mediche personali, nel tentativo di controllare illegalmente la sua partecipazione al golf femminile”, si legge nella denuncia.

“La USGA e la LPGA hanno sfruttato l’amore di Hailey per questo sport e il suo desiderio di giocare per ottenere informazioni mediche precise che permettessero loro di escluderla dallo sport. La USGA e la LPGA hanno agito come un’unica entità nel garantire che Hailey Davidson venisse bandita dal golf femminile.”

Hailey Davidson: una carriera in pausa

In un post su Instagram del dicembre 2024, poi cancellato, Davidson ha descritto la situazione come “il più grande traguardo della mia vita mi è stato portato via.”
Si era infatti appena qualificata per l’Epson Tour del 2025 — ma secondo le nuove regole non può più competere.

La trappola della terza categoria

Davidson ha anche intentato una causa separata contro NXXT Golf per un cambiamento simile nei criteri di idoneità. L’organizzazione le avrebbe offerto un posto in una ipotetica terza categoria, che lei ha rifiutato.

NXXT sarà difesa in tribunale da America First Legal, lo studio legale fondato dal consigliere di Donald Trump Stephen Miller, che ha già chiesto l’archiviazione del caso.

Perché la “terza categoria” non funziona


Facciamo chiarezza:
– Non ci sono abbastanza atlete trans per sostenere categorie competitive a livello élite
– Lo sport femminile è già sottofinanziato, sottorappresentato e sottovalutato
– Una struttura separata rischia di diventare simbolica piuttosto che praticabile
– Una nuova categoria non affronta il problema degli abusi contro donne e ragazze — cis o trans

 

Il cambiamento di policy



Come riportato da Golf Monthly alla fine del 2024, la controversia non è emersa da un giorno all’altro.

Al momento del ritiro dal golf nella primavera del 2024, Amy Olson, 34 anni, ambasciatrice dell’Independent Women’s Forum (IWF), ha dichiarato pubblicamente quanto non fosse “giusto” permettere ad atlete transgender di competere nella LPGA. Olson ha firmato una lettera insieme ad altre giocatrici come Olivia Schmidt, che ha anche partecipato alla promozione di una serie di documentari transfobici prodotta da IWF, intitolata “Tee Time: Keep Women’s Golf Female” — riflettendo una più ampia reazione all’interno dello sport.

Questo segna un cambiamento significativo rispetto alla posizione precedente della LPGA.

Nel 2010, l’organizzazione aveva modificato la propria policy per consentire a golfiste assegnate maschi alla nascita ma con identità trans di competere nella divisione femminile, affermando che tale decisione avrebbe “garantito una competizione equa per ogni partecipante.” Il contrasto tra le due politiche mostra quanto drasticamente sia involuto l’approccio — dall’inclusione alla restrizione.

Scienza vs policy


Le politiche che escludono gli atleti trans sono spesso giustificate in nome dell’“equità” e della scienza.
Abbiamo già parlato di come la terza categoria sia, di fatto, una trappola. Ora parliamo di scienza.

La più recente revisione sistematica e meta-analisi pubblicata sul British Journal of Sports Medicine ha rilevato che non esiste una chiara presunzione di vantaggio per le donne transgender, mettendo in discussione le fondamenta stesse su cui molte di queste politiche sono costruite. Lo studio evidenzia che i dati esistenti sono contrastanti, limitati e ben lontani dal sostenere politiche di esclusione generalizzata. Anzi, alcuni risultati suggeriscono che le donne transgender possano persino mostrare prestazioni inferiori in alcune metriche.

Il divario che non possiamo ignorare

Esiste un divario tra policy ed evidenze scientifiche che non possiamo ignorare.

Definire le “nuove” regole del CIO “regolamentazioni basate sulla scienza” rischia di trasformarle in politiche costruite su un’interpretazione selettiva delle prove scientifiche.

Al tempo stesso, queste decisioni si inseriscono in un contesto politico più ampio, in cui lo sport diventa un campo di battaglia per agende ideologiche piuttosto che uno spazio fondato su coerenza e diritti.

Non si tratta di equità. Si tratta di controllo ed esclusione.

 

La svolta del CIO: ritorno ai test sul sesso

Kirsty Coventry, la nuova Presidente del CIO che ha voluto la riforma del sex-testing


Questo cambiamento più ampio non riguarda solo il golf.
Il Comitato Olimpico Internazionale si sta ora muovendo verso la reintroduzione dei test genetici sul sesso e verso un restringimento dell’accesso alla categoria femminile — una svolta significativa.

Nel 1996, il CIO aveva interrotto i test universali sul sesso perché considerati scientificamente inaccurati, eticamente ingiustificabili e dannosi per le atlete.

Come riportato da ABC: “Andrew Sinclair, vicedirettore del Murdoch Children’s Research Institute di Melbourne, ha dichiarato che il test del gene SRY non è un metodo affidabile per determinare il sesso biologico.” Sinclair è anche la persona che ha scoperto il gene SRY nel 1990. Eppure oggi, sotto la “illuminata” supervisione di Kirsty Coventry, quelle stesse pratiche tornano, presentate come efficaci e vendute come progresso.

Reazione globale: oltre 100 organizzazioni si oppongono


Una coalizione guidata da Sport & Rights Alliance, ILGA World, Humans of Sport e più di 140 organizzazioni ha condannato la decisione il 17 marzo 2026.
La loro posizione è chiara:
i test sul sesso sono invasivi, dannosi e discriminatori (non si applicano agli uomini!)
espongono le atlete a scrutinio pubblico e controllo dei corpi
rischiano di far regredire lo sport di decenni

Tali politiche non proteggono le donne — le danneggiano tutte, in particolare quelle che non si conformano alle aspettative di femminilità dei potenti di turno.
Queste misure colpiscono inoltre in modo sproporzionato le atlete del Sud globale e rafforzano dinamiche di controllo razzializzato nello sport.

Il testo completo della dichiarazione in italiano si trova qui

Segregazione travestita da inclusione


Analogamente a quanto accaduto ad altre atlete trans — come Lia Thomas e i suoi risultati cancellati — questo caso non è una cattedrale nel deserto. Se non vogliamo assistere passivamente a episodi inquietanti come l’ispezione genitale forzata dell’intera nazionale femminile di calcio svedese nel 2011, questa è la nostra occasione per farci sentire.

 

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