Il sessismo della lingua italiana

Il sessismo della lingua italiana

Il sessismo della lingua italiana

 

Il sessismo della lingua riguarda le asimmetrie di genere che vengono messe in atto nelle consuetudini linguistiche, che raramente sono delle vere e proprie regole, e che non hanno l’intenzione manifesta di discriminare, ma sono piuttosto  il riflesso di una mentalità che considera uno dei due sessi (oggi diciamo dei due generi) quello maschile, migliore, esemplare, universale.

La prima ricerca ce ha studiato il sessismo della lingua italiana è quella di Alma Sabatini,  su incarico della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Commissione Nazionale per la Parità e le Pari opportunità.

Il risultato della ricerca è stato pubblicato nel 1986, con il titolo  Il sessismo della lingua italiana, disponibile legalmente su internet, nel quale Sabatini analizza il linguaggio usato dalla stampa dell’epoca.

Sabatini rilevò come la lingua usata dalla carta stampata presentasse un linguaggio sessista e androcentrico, nel quale il genere maschile veniva considerato, linguisticamente e non solo, un elemento universale di definizione e paragone, mentre il genere femminile era sempre un’eccezione da dover giustificare e contenere.

É sorprendente il parallelo che si può fare con gli orientamenti sessuali e l’identità di genere…

Sabatini non si limita a individuare le asimmetrie linguistiche tutte a favore maschile ma consiglia, in una sezione scritta insieme ad Edda Billi, anche quali termini e abitudini linguistiche evitare e, soprattutto, con cosa sostituirle.

Molte di quelle indicazioni sono state recepite da Sergio Lepri nel suo imprescindibile News Manuale di linguaggio e di stile per linformazione scritta e parlata (Rizzoli Etas, Milano 2011).
Le raccomandazioni di Sabatini e Billi sono ancora attualissime e per lo più ancora disattese.

Il sessismo è l’espressione di una discriminazione che c’è nella società e che la lingua, data la sua portata simbolica, si fa veicolo di diffusione di  discriminazione visto che noi “pensiamo” con la nostra lingua.

Uno dei primi esempi di sessismo è l’impiego del genere maschile come neutro.
Cioè quella consuetudine di usare il maschile per sottintendere entrambi i generi:
i bambini (sottinteso “e le bambine”), i ragazzi (sottinteso ”e le ragazze”), consuetudini che sono così consolidate non solo da non accorgersi della loro natura discriminatoria ma data talmente per scontate da difenderle coi denti quando le si fa notare.

Così, per esempio, nei saluti per includere le donne non basta dire Buongiorno a tutti

Bisogna nominarle direttamente dicendo Buongiorno a tutti e tutte. Se non si vuole ripetere il pronome due volte si può sempre dire Buongiorno a tutte le persone.

Per quanto possibile il maschile non marcato, detto anche inclusivo, va evitato.

In italiano il neutro non esiste e il maschile in funzione di neutro che  sottintende il femminile di fatto lo dà per implicito e quindi lo omette.

Il linguaggio connotato solamente al maschile (fratelli, uomini, …) è falsamente neutro e imparziale. È  il prodotto di una visione unilaterale del mondo che privilegia la componente maschile e mette in secondo piano quella femminile, lasciandola sottintesa. E in un mondo sempre “detto” al maschile, le donne non hanno la possibilità di rispecchiarsi, rimanendo invisibili a se stesse e al mondo in quanto innominate.

Rendere attiva la presenza del femminile, delle donne nel mondo, attraverso le parole, è una scelta che va al di là della grammatica, con la quale si cerca di costruire modelli paritari e non discriminatori di inclusione sociale dei generi.

Non sempre è possibile sottrarsi al sessismo di una lingua in maniera elegante.

L’attenzione che certe persone e associazioni lgbt hanno posto al problema ha prodotto delle convenzioni linguistiche di facciata che appesantiscono la lingua senza risolvere il problema, meglio, senza costituire davvero una sensibilità antisessista.

Scrivere “tutti/e” o “tutt*” per riferirsi a tutti (gli uomini) e tutte (le donne) non costituisce una soluzione elegante e davvero dirimente. Anche l’introduzione di (inesistenti) desinenze neutre come  la u o lo scevà, approntati per rendere la lingua inclusiva (com’è giusto che sia) anche di quelle persone che non si riconoscono nel binarismo di genere  non risolvono il problema. 

Molto meglio scrivere e usare termini che si riferiscono davvero a tutti  i generi, come, per rimanere nell’esempio, dire “buongionro a tutte le persone” al posto di tutti, o tutti/e o tut* o tuttu o tutt3.

Diversi protocolli sono stati approntati negli ultimi anni in moltissimi assessorati comunali alle pari opportunità suggerendo parole da evitare o espressioni con le quali aggirare il sessismo. C’è anche un documento della comunità europea dall’infelice titolo La neutralità di genere nel linguaggio usato al Parlamento Europeo che tradisce un fraintendimento di fondo.
Chi solleva la questione del sessismo della lingua non addita il fatto che nella lingua si distinguano i sessi che invece non dovrebbero essere distinguibili chiedendo un linguaggio neutro come è successo per esempio con l’infelice soluzione di adottare genitore, al maschile singolare, che in italiano significa padre e NON madre (che è la genitrice), per permettere alle famiglie omogenitoriali (vedi) di annoverare anche il papà elettivo o la mamma  elettiva.
Chi critica il sessismo della lingua chiede al contrario che vengano rappresentati nella lingua sempre almeno entrambi i generi grammaticali anche quando si parla a un pubblico indistinto.
Sono molti gli accorgimenti semplici ed eleganti che si possono applicare senza violentare affatto la lingua italiana.

Evitare l’uso del maschile come genere neutro è possibile, praticabile e non sempre difficile.

Si può scrivere l’infanzia invece di i bambini, sottintendendo le bambine; si può scrivere la prole (come si è fatto in questo documento) invece di scrivere i figli sottintendendo le figlie; così come si può scrivere il genere umano invece di l’uomo intendendo gli uomini e le donne.

La lingua è abbastanza ricca da ovviare a certe trappole grammaticali.
Così invece di scrivere tutti e tutte, o tutti/e o tutt* si può scrivere tutte le persone.

Lo stesso vale per il corpo docente invece che professori e professoresse, corpo studentesco invece che studenti e studentesse e così via.

 

I nomi di professione


È bene preferire l’uso del femminile per i nomi delle professioni e delle cariche pubbliche: “Ministra”, “Sindaca”, “Architetta”, “Avvocata” sono tutti regolari sostantivi della lingua italiana, non sono né forzature e neppure neologismi.

Sono femminili di nomi usati prevalentemente al maschile perché fino a pochi anni fa le donne non accedevano a certe professioni o alle cariche pubbliche.

Se questi termini ci sembrano strani è per una mancata abitudine all’ascolto non per una loro stranezza grammaticale.

È importante mantenere una coerenza grammaticale nell’accordo del genere di nomi, pronomi, aggettivi e verbi, per cui va evitato “il Sindaco è andata” esiste la parola Sindaca. Usiamola.

Laddove la lingua prevede una regolare uscita al femminile sono da evitare le forme con il suffisso derivazionale in -essa ad esclusione di professoressa e dottoressa che si sono ormai radicate nella lingua.

Per studentessa Sabatini ricorda che studente può essere equiparato al participio presente (studiante)  e ne suggerisce un conseguente uso ambigenere, gli e le studenti.

Per tutti i nomi cosiddetti epiceni come vigile, pugile, giudice per distinguere il genere grammaticale si usano gli articoli quindi scriviamo la vigile, le vigili e non la vigilessa, le vigilesse come già facciamo con la parola giudice.

È bene evitare anche l’impiego dell’articolo determinativo solamente davanti i cognomi di donne che introduce una pratica asimmetrica e dunque sessista.

Non è necessario scrivere la Boldrini, la Palombelli, la Mussolini, si capisce lo stesso se diciamo Boldrini, Palombelli e Mussolini. Se dobbiamo distinguere persone diverse con lo stesso cognome basta aggiungere il nome, Alessandra Mussolini invece di la Mussolini.

Distinguere solamente i cognomi delle donne con un articolo che ne sottolinea il sesso tradisce una visione gerarchica dei generi umani, dove luomo è il genere per eccellenza, che non va specificato, mentre quello femminile è una eccezione da sottolineare (androcentrismo della lingua).

 

 La non autorevolezza del femminile

Molte donne evitano di usare  i nomi di professione al femminile perché li considerano meno autorevoli di quelli maschili, oppure perché percepiscono la versione femminile come espressione di una discriminazione (perché mi dovete chiamare direttrice dorchestra? Io sono un direttore). 

Naturalmente se si è a conoscenza di questa volontà bisogna adeguarsi al lessico deciso dalla diretta interessata, come successe per Susanna Camusso che decise di farsi chiamare il segretario della CGIL. Il diritto allautodeterminazione è sempre inviolabile anche quando costituisce una scelta sessista.

Il lavoro di Alma Sabatini è stato proseguito da altre studiose come Cecilia Robustelli che nel 2012 ha pubblicato il fondamentale Linee guida per luso del genere nel linguaggio amministrativo anch’esso disponibile legalmente su internet.

Il libro di Robustelli si inserisce in un cambiamento linguistico amministrativo che ha visto moltissimi comuni d’italia apportare un protocollo o delle linee guida per un linguaggio amministrativo sensibile al genere.

Non si vuole certo imporre a tavolino l’uso di un lessico piuttosto di un altro. Sta sempre a noi scegliere un lessico più inclusivo o uno meno inclusivo sapendo che dalle nostre scelte possono derivare delle discriminazioni involontarie ma non per questo meno opprimenti.

 

Oltre la lingua

Il sessismo purtroppo non si esaurisce in questi esempi di genere grammaticale ma coinvolge anche consuetudini descrittive e argomentative investendo il linguaggio di una forte connotazione simbolica che inquadra gli uomini e le donne in una scala gerarchica.

Molti sono i casi in cui anche quando si parla della professione di una persona se la persona in questione è una donna si fa sempre riferimento al suo aspetto fisico, alla sua avvenenza, al suo modo di vestire, anche quando ci si sta riferendo alla professione (ma che bella avvocata!) commenti che per un maschio non ci sogneremmo mai di fare (ma che bel professore!) tradendo un maschilismo che vede la donna sempre come oggetto del piacere maschile e mai come un soggetto politico in grado di autodeterminarsi ed eccellere in tutti quei campi una volta socialmente di appannaggio esclusivamente maschile.

Molte sono le letture consigliate per un argomento vasto che qui non possiamo che limitarci ad accennare.

Il primo e più importante e ormai storico testo è l‟introvabile Il sessismo della lingua Italiana di Alma Sabatini edito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri dipartimento per l‟informazione e l‟editoria 1987 (1993).

La cura di esprimersi in un linguaggio non sessista contribuisce a liberare le persone da ogni pregiudizio perché chiedere rispetto in nome del pluralismo di genere e di orientamento sessuale ma continuare a usare il maschile come genere neutro (che nella lingua italiana non esiste) non è un errore imperdonabile ma una profonda contraddizione politica, logica, di civiltà.